domenica 25 dicembre 2011

L'abete

.. E l'uomo si arrampicò sull'abete.
Erano giorni che rimandava il momento. Non aveva tempo.
A casa i figli e la moglie continuavano ad insistere.
Volevano l'albero. Ma non un albero qualsiasi. Quello: per poterlo riempire di luci, nastri dorati e delicatissime palline di vetro soffiato, dipinte con minuscoli pennelli da mani sapienti.
Voglio quello! Diceva la moglie. Vogliamo quello, ripetevano i figli. E lui rimandava. "Non ho tempo" si diceva. Oggi devo lavorare. Poi ci sono le foglie da raccogliere. I vasi di geranio da mettere al riparo. E mille altre incombenze. Ma tutto lui doveva fare? se volevano l'albero, che andassero a comprarlo, giù in paese. Al vivaio ne vendevano di tutte le misure. Perché proprio quello? Era troppo grande. Per tagliarlo ci sarebbero voluti fatica e sudore. Senza contare il lungo tratto a piedi per un sentiero periglioso. "Stai solo cercando scuse", diceva la moglie "la realtà è che non vuoi tagliarlo".
Si, non voleva tagliarlo. Era affezionato a quell'albero. Chissà perché poi. In fondo non era diverso da quelli intorno a lui. Era un bosco d’abeti. Tutti gli anni ne piantavano di nuovi. Per venderli a chi lo voleva. La "sua" montagna era tutta un bosco d’abeti. Perché quello era diverso dagli altri? Era alto si, ma ce n'erano di più alti. I rami folti ma, come tanti altri. E il colore non era diverso dagli altri. Allora perché?
S'infilò la giacca, la sciarpa, i guanti e gli scarponi, e s'incamminò sul sentiero dietro casa. Il riverbero del sole sulla neve lo infastidì. Strinse gli occhi, un gesto abituale, che aveva lasciato una perenne ragnatela di rughe attorno ai suoi occhi chiari. Il fiato gli si addensava in lievi nuvolette, che si disperdevano subito nell'aria tersa. Il sentiero si faceva sempre più irto, e il respiro si faceva lievemente affannoso, a mano a mano che saliva.
Finalmente giunse ai piedi dell'abete. Alzò lo sguardo verso la cima; poi si diresse verso la casetta degli attrezzi, poco distante. Entrò, scartò mentalmente il pensiero di accender la stufetta a legno, si girò verso la parete dov'erano riposti gli attrezzi, e lo sguardo gli cadde sulla scala. Colto da un'idea improvvisa, la prese, la portò fuori, si avvicinò all'albero, l'allungò, cercò un punto abbastanza solido, l'appoggiò e cominciò a salire.
Raggiunse un ramo abbastanza grande da reggere il suo peso, e si sedette vicino al tronco, lasciando penzolar le gambe nel vuoto. Lasciò scorrere lo sguardo sul manto di neve che ricopriva le rocce circostanti, sulle cime degli abeti con i rami legati in uno strettissimo intreccio, tanto stretti da formare un'immensa distesa verde e rossa a perdita d'occhio. Poi rivolse la sua attenzione al cielo, di un azzurro limpido, a parte la cortina di nubi che circondavano la cima più alta. bello. Non riusciva ad abituarsi, nonostante lo vedesse da, quando era nato. Certo, era andato, tornato, riandato e ritornato dai suoi monti, dalla sua valle. Aveva viaggiato. Quanto gli piaceva viaggiare, e vedere nuovi orizzonti, nuovi paesaggi... aveva iniziato presto. Fin da adolescente la valle gli stava "stretta". Appena aveva potuto, se n’era andato. E non si era pentito. Aveva vissuto fino in fondo il tempo della città. Poi questo si era esaurito. Ed era ritornato. Fino a quando non aveva avvertito nuovamente quel bisogno. Ed era ripartito. Questa volta era stato il mare, il caldo. L'isola. Un paesaggio completamente diverso, affascinante, coinvolgente. Poi l'estero, altri paesaggi, altra gente, altre culture. bellissimo. Poi anche quel tempo era finito. Ed era ritornato. Stavolta, data l'età, pensava fosse per sempre. Dall'ultimo viaggio aveva portato anche una donna. Sua moglie. Dopo poco erano nati i gemelli. Poi la bimba, la sua principessa. Ed ora la sua vita era lì, dov'era la sua famiglia. Il suo lavoro, un piccolo negozio dove vendeva di tutto. Le serate al bar con gli amici. Si sentiva soddisfatto. In fondo.
Un movimento tra i rami interruppe la scia di pensieri, forse un uccello, o un piccolo ramo che cadeva. Guardò giù, verso il terreno e, colto da una strana sensazione, come una vertigine - eppure non aveva mai sofferto di vertigini - abbracciò il tronco.
Finalmente, disse una voce. L'uomo si guardò attorno. Nessuno, non c'era nessuno; forse si era solo immaginato quella voce. Poi, di nuovo la sentì, forte e chiara, nella sua testa. Sono io: ti aspettavo da tempo, da, quando ci siamo guardati per la prima volta. Eri piccolo, allora, ti avvicinasti, toccasti il mio tronco e cominciammo a parlare. I bambini non si spaventano per un albero che parla. Pensano sia normale. E’ stato quel giorno che ci siamo riconosciuti. Tu non eri come tutti gli altri abitanti della valle. E io non ero come tutti gli altri abeti di questo bosco. Poi sei cresciuto, e sei partito. Ti ho invidiato. Come te anche io volevo nuovi orizzonti. Dov'è scritto che un abete deve per forza amare solo il posto in cui nasce? Da quassù, in lontananza, vedo paesi lontani, e non avrei mai potuto conoscerli, senza di te. ricordi? Quando tornasti dal viaggio, venisti quassù, con gli amici, e gli descrivesti i posti che avevi potuto visitare. Loro non capivano il tuo entusiasmo... io si. Poi sei ripartito. E ancora, quando tornasti, sei venuto quassù, con lei. Insieme parlava di quei mari, di quei soli, di quelle genti. E il tuo entusiasmo era il mio. Solo che non potevo dirtelo.
Allora l’uomo capì perché quell’abete gli sembrava diverso. Gli raccontò ancora dei paesi che aveva vissuto. Dei paesaggi che aveva guardato, della gente che aveva incontrato, dell’aria che aveva respirato altrove.
Poi il sole cominciò a scendere dietro i monti. Salutò l’abete e cominciò a scendere dalla scala.
Arrivato a terra, la richiuse e la riportò nella casetta degli attrezzi. Chiuse la porta, e riavviandosi sul sentiero, lanciò un saluto all’albero, dicendogli: domani ti farò felice.

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