.. E l'uomo si arrampicò sull'abete.
Erano giorni che rimandava il momento. Non aveva tempo.
A casa i figli e la moglie continuavano ad insistere.
Volevano l'albero. Ma non un albero qualsiasi. Quello: per poterlo riempire di luci, nastri dorati e delicatissime palline di vetro soffiato, dipinte con minuscoli pennelli da mani sapienti.
Voglio quello! Diceva la moglie. Vogliamo quello, ripetevano i figli. E lui rimandava. "Non ho tempo" si diceva. Oggi devo lavorare. Poi ci sono le foglie da raccogliere. I vasi di geranio da mettere al riparo. E mille altre incombenze. Ma tutto lui doveva fare? se volevano l'albero, che andassero a comprarlo, giù in paese. Al vivaio ne vendevano di tutte le misure. Perché proprio quello? Era troppo grande. Per tagliarlo ci sarebbero voluti fatica e sudore. Senza contare il lungo tratto a piedi per un sentiero periglioso. "Stai solo cercando scuse", diceva la moglie "la realtà è che non vuoi tagliarlo".
Si, non voleva tagliarlo. Era affezionato a quell'albero. Chissà perché poi. In fondo non era diverso da quelli intorno a lui. Era un bosco d’abeti. Tutti gli anni ne piantavano di nuovi. Per venderli a chi lo voleva. La "sua" montagna era tutta un bosco d’abeti. Perché quello era diverso dagli altri? Era alto si, ma ce n'erano di più alti. I rami folti ma, come tanti altri. E il colore non era diverso dagli altri. Allora perché?
S'infilò la giacca, la sciarpa, i guanti e gli scarponi, e s'incamminò sul sentiero dietro casa. Il riverbero del sole sulla neve lo infastidì. Strinse gli occhi, un gesto abituale, che aveva lasciato una perenne ragnatela di rughe attorno ai suoi occhi chiari. Il fiato gli si addensava in lievi nuvolette, che si disperdevano subito nell'aria tersa. Il sentiero si faceva sempre più irto, e il respiro si faceva lievemente affannoso, a mano a mano che saliva.
Finalmente giunse ai piedi dell'abete. Alzò lo sguardo verso la cima; poi si diresse verso la casetta degli attrezzi, poco distante. Entrò, scartò mentalmente il pensiero di accender la stufetta a legno, si girò verso la parete dov'erano riposti gli attrezzi, e lo sguardo gli cadde sulla scala. Colto da un'idea improvvisa, la prese, la portò fuori, si avvicinò all'albero, l'allungò, cercò un punto abbastanza solido, l'appoggiò e cominciò a salire.
Raggiunse un ramo abbastanza grande da reggere il suo peso, e si sedette vicino al tronco, lasciando penzolar le gambe nel vuoto. Lasciò scorrere lo sguardo sul manto di neve che ricopriva le rocce circostanti, sulle cime degli abeti con i rami legati in uno strettissimo intreccio, tanto stretti da formare un'immensa distesa verde e rossa a perdita d'occhio. Poi rivolse la sua attenzione al cielo, di un azzurro limpido, a parte la cortina di nubi che circondavano la cima più alta. bello. Non riusciva ad abituarsi, nonostante lo vedesse da, quando era nato. Certo, era andato, tornato, riandato e ritornato dai suoi monti, dalla sua valle. Aveva viaggiato. Quanto gli piaceva viaggiare, e vedere nuovi orizzonti, nuovi paesaggi... aveva iniziato presto. Fin da adolescente la valle gli stava "stretta". Appena aveva potuto, se n’era andato. E non si era pentito. Aveva vissuto fino in fondo il tempo della città. Poi questo si era esaurito. Ed era ritornato. Fino a quando non aveva avvertito nuovamente quel bisogno. Ed era ripartito. Questa volta era stato il mare, il caldo. L'isola. Un paesaggio completamente diverso, affascinante, coinvolgente. Poi l'estero, altri paesaggi, altra gente, altre culture. bellissimo. Poi anche quel tempo era finito. Ed era ritornato. Stavolta, data l'età, pensava fosse per sempre. Dall'ultimo viaggio aveva portato anche una donna. Sua moglie. Dopo poco erano nati i gemelli. Poi la bimba, la sua principessa. Ed ora la sua vita era lì, dov'era la sua famiglia. Il suo lavoro, un piccolo negozio dove vendeva di tutto. Le serate al bar con gli amici. Si sentiva soddisfatto. In fondo.
Un movimento tra i rami interruppe la scia di pensieri, forse un uccello, o un piccolo ramo che cadeva. Guardò giù, verso il terreno e, colto da una strana sensazione, come una vertigine - eppure non aveva mai sofferto di vertigini - abbracciò il tronco.
Finalmente, disse una voce. L'uomo si guardò attorno. Nessuno, non c'era nessuno; forse si era solo immaginato quella voce. Poi, di nuovo la sentì, forte e chiara, nella sua testa. Sono io: ti aspettavo da tempo, da, quando ci siamo guardati per la prima volta. Eri piccolo, allora, ti avvicinasti, toccasti il mio tronco e cominciammo a parlare. I bambini non si spaventano per un albero che parla. Pensano sia normale. E’ stato quel giorno che ci siamo riconosciuti. Tu non eri come tutti gli altri abitanti della valle. E io non ero come tutti gli altri abeti di questo bosco. Poi sei cresciuto, e sei partito. Ti ho invidiato. Come te anche io volevo nuovi orizzonti. Dov'è scritto che un abete deve per forza amare solo il posto in cui nasce? Da quassù, in lontananza, vedo paesi lontani, e non avrei mai potuto conoscerli, senza di te. ricordi? Quando tornasti dal viaggio, venisti quassù, con gli amici, e gli descrivesti i posti che avevi potuto visitare. Loro non capivano il tuo entusiasmo... io si. Poi sei ripartito. E ancora, quando tornasti, sei venuto quassù, con lei. Insieme parlava di quei mari, di quei soli, di quelle genti. E il tuo entusiasmo era il mio. Solo che non potevo dirtelo.
Allora l’uomo capì perché quell’abete gli sembrava diverso. Gli raccontò ancora dei paesi che aveva vissuto. Dei paesaggi che aveva guardato, della gente che aveva incontrato, dell’aria che aveva respirato altrove.
Poi il sole cominciò a scendere dietro i monti. Salutò l’abete e cominciò a scendere dalla scala.
Arrivato a terra, la richiuse e la riportò nella casetta degli attrezzi. Chiuse la porta, e riavviandosi sul sentiero, lanciò un saluto all’albero, dicendogli: domani ti farò felice.
ModusVivendi
domenica 25 dicembre 2011
sabato 10 dicembre 2011
Il nemico
sabato, 27 agosto 2005
Il sole brucia...
Lei è lì, seduta sull'erba, le ginocchia raccolte tra le braccia,
come timorosa di occupare troppo spazio, come a volersi difendere dal
mondo.
Lo sguardo assente, il viso rigato dalle lacrime asciugate dal
vento che sferza l'altopiano, quell'altopiano che si tuffa da un'altezza
vertiginosa dentro quel mare schiumante di rabbia, come pochi istanti
prima avrebbe voluto fare lei.
Quello stesso mare che, pochi mesi prima, l'aveva vista salutare
lui che, assieme a tanti altri, ricambiava il suo saluto dalla nave che
lo avrebbe portato verso la gloria. Questo era quello che lui diceva.
Quanto entusiasmo nelle sue parole, quanta eccitazione e quanto
orgoglio. Si sentiva già eroe, l'idea della morte sembrava non sfiorarlo
minimamente, si vedeva già nel pieno della battaglia, con la sua
uniforme nuova, il suo fucile nuovo. “guarda che stivali” diceva.
“guarda che colori. i nostri colori” Le parlava di quella terra lontana,
sconosciuta, meravigliosamente sconosciuta. La voglia di avventura
accendeva i suoi occhi chiari, chiari come il mare quel giorno.
Vedrai.. vedranno di cosa sono capace io, diceva. Vedrai come saprò
combattere io. Il nemico indietreggerà davanti al mio fucile.. davanti a
quest’uniforme nuova.
E le parlava del loro piccolo grande generale. Che voleva bene a
tutti loro come a dei fratelli, che li conosceva uno per uno e di ognuno
conosceva vicende famigliari e per ognuno aveva parole di
incoraggiamento e sostegno. E di ognuno esaltava il coraggio e
l'eroismo.. il suo esercito di eroi, aveva detto. E io faccio parte di
loro, diceva lui orgoglioso. Guardami, le intimava, quando lei, quasi a
presentire il futuro, abbassava il volto per nascondere le lacrime.
Guardami. Sii orgogliosa invece di piangere. Aspettami. Vedrai che
tornerò, e tornerò vincitore. E ci sposeremo e avremo tanti figli. Tutti
orgogliosi di me. e io racconterò loro di battaglie e di terre lontane,
dei nemici sconfitti e di quelli che ucciderò. Non posso restare. E’ il
mio destino. Combattere per la patria. Combattere per il nostro piccolo
grande generale che ci ama tutti come fratelli. Poi era partito. La
nave era salpata verso il suo destino. E ora, dopo mesi pieni di notizie
contraddittorie, la nave era tornata. E glielo aveva riportato. Avvolto
nella sua bandiera.
Ormai le lacrime sono esaurite. E anche i perché. Perché quello è
la guerra. Orgoglio, onore, liberazione, conquista, come diceva lui. Ma
anche morte, distruzioni, desolazione. Come dice lei. Non odia nemmeno
quel nemico mai visto. Pensa che, dall'altra parte di quel mare amato e
odiato, un'altra donna, seduta sul prato di uno strapiombo a picco sul
mare sta pensando le stesse cose. E sentendo lo stesso dolore. In
fondo.. chi è il nemico?
Caotica
lunedì, 25 febbraio 2008
Credo che, alla base di molti disagi, consci o inconsci, ci sia il bisogno di essere compresi, di comprendere e di comprendersi veramente.
Di molti, forse. Sicuramente non di tutti. Perchè è vero, sono tanti quelli che pensano di capire tutto sempre.
E sono molti anche quelli che pensano di essere di facile lettura per gli altri. E altrettanti sono quelli certi di conoscersi a fondo.
Per comprendersi a fondo bisognerebbe ascoltarsi a fondo. Senza mentirsi.
Esplorarsi. Accettare anche la parte "negativa" Nessuno è perfetto.
Tutti hanno dei lati positivi e dei lati negativi. Più o meno positivi, più o meno negativi.
Il nostro lato cattivo. Il rovescio d’ogni medaglia.
Anche questi fanno parte di noi.
Anche questi contribuiscono a creare l’immagine di noi che trasmettiamo agli altri.
Per comunicare, più chiaramente, agl'altri qualsiasi cosa, dobbiamo conoscere anche il nostro “lato B”.
E, naturalmente, conoscere bene anche il nostro lato A. ( Senza mentirsi )
Anche se, comunicare ciò che veramente vogliamo comunicare e comprendere ciò che realmente ci viene comunicato non è così semplice.
L'intuito di ognuno di noi è diverso.
Vabbè, mi sto incartando, come il solito.
I miei pensieri, come quelli di tutti immagino, seguono un loro filo, fatto di una sua logica, costruita negli anni in base alle esperienze e alle sensazioni personali.
A volte ci sembra di aver compreso qualcosa davvero.
Ma, la logica seguita dall'altro, non è la nostra.
Così in fondo, non ci comprendiamo davvero.
Eppure molti sono certi di capire tutto.
E' chiaro?
In fondo è solo questione di comunicazione.
E di comprensione.
Accertarsi sempre che l'altro ( se davvero interessa )comprenda cosa volevamo comunicare.
Accertarsi sempre di comprendere ciò che l'altro voleva comunicare.
Domandare e spiegarsi.
Non fateci caso.
Se vi stancate smettete di leggere.
E' solo il filo dei miei pensieri.
Logico.
Per me.
Per voi?
Mah.
Se interessa basta chiedere :)
Sono disordinata. Anche la mia mente è disordinata.
Ma nel mio casino trovo sempre tutto.
Insomma, il mio casino, in fondo è ordinato.
Per me.
Senza Titolo
sabato, 11 aprile 2009
Lei si alzò da letto, tirandosi dietro il lenzuolo, in una sorta di pudore a ritroso.
Non riuscendo a sfilarlo dal materasso lo lasciò cadere, alzando le spalle, come se pensandoci avesse capito che sarebbe stato fuori luogo.
I raggi di sole che filtravano dalle gelosie socchiuse creando piccole scie di pulviscolo irridescente, sembravano aver annebbiato i fatti della notte prima.
A pensarci bene, lui non capiva cosa potesse essere successo, di così intenso e diverso dal solito.
Si domandava perchè non riusciva ancora a togliersela dalla mente, nemmeno ora che la osservava attentamente, mentre lei guardava allo specchio i segni che la notte aveva lasciato sul suo viso: il trucco degli occhi sciolto, i capelli arruffati. Lasciando scorrere lo sguardo, notò anche le imperfezioni di quel corpo, che la notte prima, stranamente, gli erano sfuggite: il seno non era alto e sodo, ma rilassato, forse troppo, pensando ai seni a cui si era abituato..
e quell’accenno di cellulite sui fianchi? e il ventre, segnato da piccole smagliature, un pò prominente..forse troppo.
La dea conosciuta la sera prima, si era trasformata in quella sconosciuta che ora stava facendo la doccia nel suo bagno. Ma cos’era successo? perchè, invece della solita fretta di salutare ed andarsene, continuava a pensare a lei?
Eppure non era stata una notte di sesso “bollente” come gli era sempre piaciuto. Niente ricercatezze erotiche, niente frasi eccitanti, a parte i suoni sconnessi che uscivano dalle loro gole e il rumore dei loro respiri ora affannati, ora più lenti.
Lo avevano fatto un paio di volte, senza che durasse nemmeno tanto a lungo, seguito da momenti di silenzio.
Poi avevano chiaccherato, non ricordava nemmeno più di cosa. L’unica sensazione forte che lo aveva accompagnato per tutta la notte, e che ancora era presente, era una sensazione di serenità. Come quando ascoltava la sua musica. Come dopo una serata passata a cena con i suoi vecchi amici. Non poteva certo dire fosse una sensazione elettrizzante, ne fare sesso con lei lo era stato.
Ma quella sensazione di calda accoglienza che aveva sentito quando era penetrato in lei, che aveva continuato a sentire ad ogni affondo. Quella sensazione che si prova tornando a casa propria la sera, dopo una giornata nera passata al lavoro, e puoi toglierti le scarpe, infilarti qualcosa di comodo, e fare finalmente solo ciò che vuoi…
Era cosciente del fatto che non sarebbe comunque durata a lungo, quella storia. Il suo bisogno continuo di adrenalina lo avrebbe riportato alla realtà.
Ma ora, in quel momento, diversamente dal solito, aveva voglia di restare li.
Si alzò dal letto, accese lo stereo, e la raggiunse sotto la doccia.
Non riuscendo a sfilarlo dal materasso lo lasciò cadere, alzando le spalle, come se pensandoci avesse capito che sarebbe stato fuori luogo.
I raggi di sole che filtravano dalle gelosie socchiuse creando piccole scie di pulviscolo irridescente, sembravano aver annebbiato i fatti della notte prima.
A pensarci bene, lui non capiva cosa potesse essere successo, di così intenso e diverso dal solito.
Si domandava perchè non riusciva ancora a togliersela dalla mente, nemmeno ora che la osservava attentamente, mentre lei guardava allo specchio i segni che la notte aveva lasciato sul suo viso: il trucco degli occhi sciolto, i capelli arruffati. Lasciando scorrere lo sguardo, notò anche le imperfezioni di quel corpo, che la notte prima, stranamente, gli erano sfuggite: il seno non era alto e sodo, ma rilassato, forse troppo, pensando ai seni a cui si era abituato..
e quell’accenno di cellulite sui fianchi? e il ventre, segnato da piccole smagliature, un pò prominente..forse troppo.
La dea conosciuta la sera prima, si era trasformata in quella sconosciuta che ora stava facendo la doccia nel suo bagno. Ma cos’era successo? perchè, invece della solita fretta di salutare ed andarsene, continuava a pensare a lei?
Eppure non era stata una notte di sesso “bollente” come gli era sempre piaciuto. Niente ricercatezze erotiche, niente frasi eccitanti, a parte i suoni sconnessi che uscivano dalle loro gole e il rumore dei loro respiri ora affannati, ora più lenti.
Lo avevano fatto un paio di volte, senza che durasse nemmeno tanto a lungo, seguito da momenti di silenzio.
Poi avevano chiaccherato, non ricordava nemmeno più di cosa. L’unica sensazione forte che lo aveva accompagnato per tutta la notte, e che ancora era presente, era una sensazione di serenità. Come quando ascoltava la sua musica. Come dopo una serata passata a cena con i suoi vecchi amici. Non poteva certo dire fosse una sensazione elettrizzante, ne fare sesso con lei lo era stato.
Ma quella sensazione di calda accoglienza che aveva sentito quando era penetrato in lei, che aveva continuato a sentire ad ogni affondo. Quella sensazione che si prova tornando a casa propria la sera, dopo una giornata nera passata al lavoro, e puoi toglierti le scarpe, infilarti qualcosa di comodo, e fare finalmente solo ciò che vuoi…
Era cosciente del fatto che non sarebbe comunque durata a lungo, quella storia. Il suo bisogno continuo di adrenalina lo avrebbe riportato alla realtà.
Ma ora, in quel momento, diversamente dal solito, aveva voglia di restare li.
Si alzò dal letto, accese lo stereo, e la raggiunse sotto la doccia.
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